La bbona mojje
Bbe’, ssò (1) ccontenta, sí: vva’, Ssarvatore:
fa’ ccome vòi e cquer ch’Iddio t’ispira.
Anzi, io direbbe de portà Ddiomira,
ch’è in d’un’età da intenerijje (2) er core.
Bútteteje (3) a li piedi a l’esattore:
prega, marito mio, piaggne, (4) sospira:
bbada però cche nun te vinchi l’ira...
Lassamo fà: cce penzerà er Ziggnore.
Si tte (5) caccia, nun famme la siconna. (6)
Ricordete (7) in quer caso c’hai famijja:
soffrilo pe l’amor de la Madonna.
Ce semo intesi eh Sarvatore mio?
Va’, cch’Iddio t’accompagni. Un bascio, fijja.
Addio: fa’ ppiano pe le scale: addio.
17 marzo 1834
Note autografe del Belli: (1) Sono. (2) Intenerirgli. (3) Buttatigli. Il verbo gettare è a questa plebe affatto sconosciuto. (4) Piangi. (5) Se ti. (6) Non farmi la seconda di quella che già. ecc. (7) Ricordati.
La madre di una povera famiglia che non riesce a pagare l'affitto si rivolge al marito mentre si accinge ad andare dal padrone di casa per ottenere una dilazione o una proroga di pagamento, magari anche portandosi dietro la figlia minore per impietosirlo, e si raccomanda affinchè l'uomo mantenga la calma in caso di rifiuto della richiesta, di non aggredirlo come fece l'ultima volta, rischiando di finire in carcere e lasciando la famiglia senza sostegno. Miseria e disperazione, dignità e rassegnazione, rabbia e fatalismo, pane quotidiano della plebe di tutte le epoche.
Questo sonetto farà parte del disco 996 vol.1

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