Peformed live and direct @ Stimigliano (RI) il 22 Luglio 2010 by: Adriano Bono & Torpedo Sound Machine
La carità ddomenicana
M’è stato detto da perzone pratiche
che nun zempre li frati a Ssant’Uffizzio
tutte le ggente aretiche e ssismastiche
le sàrveno (1) coll’urtimo supprizzio.
Ma, ssiconno li casi e le bbrammatiche
pijjeno per esempio o Ccaglio o Ttizzio,
e li snèrbeno a ssangue in zu le natiche
pe cconvertilli e mmetteje ggiudizzio.
Lí a sséde (2) intanto er gran inquisitore,
che li fa sfraggellà ppe llòro bbene,
bbeve ir (3) zuo mischio e ddà llode ar Ziggnore.
«Forte, fratelli», strilla all’aguzzini:
«libberàmo sti fijji da le pene
de l’inferno»; e cqui intiggne li grostini.
30 marzo 1836
Note autografe del Belli: (1) Salvano. (2) A sedere. (3) Ir per «il»: sforzo di parlar gentile, dicendosi veramente dai Romaneschi er.
Note di spiegazione del testo:
- li frati a Ssant’Uffizzio: si riferisce ai frati Domenicani, da vecchia data incaricati di condurre le attività dell'istituzione.
- coll’urtimo supprizzio: la condanna a morte per eresia.
- pe cconvertilli e mmetteje ggiudizzio: per convertirli alla vera fede e farli quindi rinsavire.
- bbeve ir zuo mischio: il frate domenicano che dirige le operazioni di tortura, mentre incita i confratelli, fa comodamente colazione con caffèllatte (il mischio) e crostini (l'equivalente dei cornetti o dei biscotti delle prime colazioni odierne).
Un sonetto dedicato a quello che all'epoca del Belli era uno degli apparati repressivi e di controllo sociale più efficienti e terrificanti a disposizione dello Stato Pontificio: la Congregazione della sacra romana e universale Inquisizione, anche detta Sant'Uffizio. Erede diretta dell' Inquisizione e antenata della Congregazione per la Dottrina della Fede il suo compito principale era quello di mantenere e difendere l'integrità della fede, e per fare questo non esitava a ricorrere alla tortura e alla pena capitale pur di salvare le anime di eretici, streghe e dissenzienti vari dalla dannazione eterna, e il resto della comunità dei fedeli dalla possibilità di essere da questi influenzati, corrotti e contaminati. Proprio appuntandosi alla leggerezza con la quale l'inquisitore commina queste pene a fin di bene mentre gusta la sua colazione, il parlante, e attraverso lui il poeta stesso, denuncia con sdegno e sarcasmo l'assurdità di una istituzione che davvero dovevva sembrare assolutamente anacronistica (anche per i tempi) e profondamente illiberale.
Questo sonetto fa parte del progetto 996 vol.1

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