Er mostro de natura
Che vvòi che sseguitassi! Antre campane
sce vonno, sor Mattia, pe cquer batocco!
L’ho ssentit’io ch’edèra (1) in nel’imbocco!
Ma ffréghelo, per dio, che uscello cane!
Va ccosa ha d’accadé mmó a le puttane!,
de sentimme bbruscià cquanno me tocco!
Si è ttanto er companatico ch’er pane,
cqua ssemo a la viggija (2) de San Rocco. (3)
N’ho ssentiti d’uscelli in vita mia:
ma cquanno m’entrò in corpo quer tortore (4)
me sce fesce strillà Ggesummaria
Madonna mia der Carmine, che orrore!
Cosa da facce (5) un zarto (6) e scappà vvia.
Ma nun me frega (7) ppiú sto Monzignore.
Roma, 9 dicembre 1832 - Der medemo
Note autografe del Belli: (1) Cos’era. (2) Vigilia. (3) Nell’ospizio annesso alla chiesa di S. Rocco si raccolgono le donne prossime ai parti di contrabbando. (4) Tortore è in Roma «un ramo d’albero troncato in misura giusta per ardere nei camini». (5) Farci. (6) Salto. (7) Non mi corbella, non mi ci prende più.
Nel 1800 questa era la levatura morale della casta dell'epoca. Monsignori superdotati che scandalizzavano perfino le più consumate professioniste del mestiere più antico del mondo. E oggi, come vanno le cose?! Non molto diversamente a giudicare dai titoli dei giornali presenti in edicola nella data in cui viene scritto il commento che stai leggendo.
Questo sonetto fa parte del prgetto di disco 996 vol.1

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